Aborto Volontario – Parlarne è un dovere

Negli ultimi anni l’attenzione della comunità scientifica (soprattutto degli psicologi) riguardo il tema dell’aborto sta portando alla luce aspetti che fino a poco tempo fa erano ancora un tabù. In questo articolo mi soffermerò soprattutto sull’aborto volontario. Nel nostro Paese c’è una forte indecisione su questo tema, anche se con la Legge 194 del 1978 la donna ha conquistato il diritto di scegliere. L’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) viene tutt’oggi condannata, oltre alla paura e ai dubbi relativi alla scelta, la donna teme il giudizio da parte della società e dalle persone a lei vicine, questo influisce negativamente sulla percezione che ha di se stessa. Le conseguenze colpiscono tutte le donne a livello esistenziale, emotivo e psicologico, questo avviene in maniera differente a seconda dell’età in cui si è abortito, dal contesto in cui si è arrivate a tale decisione, dal supporto delle persone vicine nell’affrontare questa scelta.

Pensiamo ad una ragazzina di 15-16 anni, la sua personalità, il suo essere donna devono ancora definirsi totalmente e deve scegliere se diventare madre o mettere la parola fine ad una situazione troppo grande per essere compresa fino in fondo. Molte di queste ragazze sono nate quando la legge 194 era già in vigore,  si sono trovate a vivere in un contesto che ha abbassato il grado di consapevolezza sul tema dell’aborto, in poche parole si sono trovate impreparate a ciò che sarebbe successo. Questo rende il processo di rielaborazione più difficile. Spesso le minorenni pensano che dopo l’IVG tutto torni come prima, “è finito tutto, posso tornare alla mia vita”. Non è così. La morte del bambino rende la donna consapevole del fatto che in precedenza il bambino era vivo. Proprio in questo momento iniziano a presentarsi tutti quei pensieri e sensi di colpa che se non elaborati possono portare a vere e proprie condizioni di disturbo psicologico: ansia, depressione, disturbo post-traumatico da stress, autolesionismo.

Benedetta Foà nel suo libro “Dare un nome al dolore – elaborazione del lutto per l’aborto di un figlio”, parla della sindrome da stress post-aborto (PSA). Questa sindrome è caratterizzata dalla presenza di numerosi sintomi e può essere classificata tra i disturbi post traumatici da stress (PTSD), dove lo stress è evidentemente determinato dall’avvenuta interruzione di gravidanza. Il trauma è una situazione di impotenza, è una circostanza in cui la violenza d’impatto dell’evento esterno è tale da causare una lacerazione di quella barriera protettiva che di norma respinge efficacemente gli stimoli dannosi. Questo porta ad una scissione psichica, depressione, ansia, pianto continuo, incapacità a concentrarsi, umore irritabile, pensieri negativi, abuso di sostanze (ansiolitici, antidepressivi, droghe, alcol).

Questa scelta si ripercuoterà nella vita futura della giovane donna, che deve essere aiutata ad elaborare il lutto, dolcemente e con comprensione. Purtroppo dai racconti delle mie pazienti spesso emerge il senso di giudizio negativo e accusatorio da parte delle famiglie o delle figure professionali con cui vengono in contatto. Questo provoca un’accentuazione dei sensi di colpa e del senso di vergogna che provano per ciò che hanno fatto.

L’IVG è una scelta difficile e combattuta per tutte le donne, per le ragazzine però questa scelta è ancora più complessa, a volte i genitori decidono per loro, il fidanzatino dice che se ne andrà e altre forzature esterne che impediscono di scegliere in modo consapevole e autonomo.

Diamo spazio al dolore di queste giovanissime donne, che sognano il grande amore, di realizzare i propri desideri, di essere considerate mamme di piccoli bimbi che un giorno incontreranno.

Dott.ssa Alice Baccega

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2 pensieri riguardo “Aborto Volontario – Parlarne è un dovere

  1. Vero. Sensibilizziamoci su tema così delicato.

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    1. Grazie per il Suo commento.
      E’ importante far conoscere alle persone aspetti di questo tema così delicato.

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